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La mediazione della mediazione.

Se parlo di Kant come critico o pensatore parlo anche di Hegel ma mentre Kant era anche un teologo o se volessimo qualificarlo negativamente un teologista , comunque una persona che presumeva, pretendeva oppure semplicemente si occupava anche di questioni teologiche fermo restando come critica alla sua condotta un divario tra il sapere di non sapere come atto di umiltà includendo Socrate ma come razionalista, un divario tra il sapere di non sapere e l’occuparsi di teologia o questioni teologiche anche scolasticamente non importa se ciò sia strumentalizzato o meno ma ciò è anche connotabile e criticabile, ovvero l’eventuale atto di strumentalizzazione. Ed ancora contrasto tra umiltà ed apocalisse come rivelazione e dunque l’apocalisse secondo una traduzione indica una forma della rivelazione con ciò credendo di esprimermi umilmente e correttamente ovvero non parlando di assolutezza della rivelazione ma di forma della rivelazione che può lasciar presumere l’esistenza di svariate forme di rivelazi0ne magari affidate alla santità e alla visione, come opposte connotazioni della personalità e come affidate ad altro ancora e ciò sembra coincidere con la Gerusalemme quale descritta anche in Apocalisse ma fermo restando la imperscrutabilità del Creatore che non analizzo neanche. CIò però pone un contrasto tra Vecchio e Nuovo Testamento ovvero anche questo contrasto si evidenzia in merito alla interpretazione di apocalisse come rivelazione, la qual cosa può e non può indicare il testo stesso a molteplici livelli come descritto da altri anche storici e fattuali ma quanto dico, quanto scritto, quanto interpretato può entrare in contrasto non fattuale ma precisativo con il principio di imperscrutabilità del Creatore così nominato attraverso la via del non nominare invano il suo Nome e dunque tale nominare acquisisce altra colorazione od anche posizione. Andando oltre il termine invano vuol dire in vano o in vanitas secondo un procedere che si estende alla vanitas come vizio o non vizio e buona intenzione tenendo presente che si tratta di un allargare il discorso rispetto ad una etimologia che si pone e si sottolinea da sola e che comunque si compone forse volgarmente di in e non un accusativo ma un dativo o un ablativo della terminologia romana e non greca che potrebbe tradursi in come luogo e posizione per vano come ablativo e concausa estendo la aggettivazione secondo una interpretazione che non si riferisce al volgare, ma al volgo, ed anche alla vox populi vox dei che apre ad ulteriori se non limitata ai proverbi riguardando forse una limitazione del libero arbitrio simile ed opposta o divera rispetto alla tesi del monarca scelto da Dio. Dopo questa elargizione sicuramente critica ovvero cogitans e dunque non come actio ma come cogitans giungiamo ad una enucleazione concessa non invano anche se lo stesso di cui sopra non è così da intendersi se non nel senso della lode e della aprire le orecchie che è sempre un messaggio evangelico e non biblico, se non consideriamo i profeti e la loro posizione ovvero parliamo di qualcosa di utile sotto molteplici punti di vista e questo qualcosa è la mediazione della mediazione che io definisco un distanziamento nella parte cogitans e non solo che muove nell’ottica di una malamente definita estensione del concetto del non nominare ma che riguarda una possibile via e forma del rispetto dato dalla distanza o dal distanziamento anche secondo la logica dell’imam e che presuppone una tacita vicinanza ma anche la possibilità come libertà di un allontanamento anche dal peccare e dal peccato. Ciò implica in modo ambivalente, o ambiguo, o metaforico un lavarsi le mani dal peccato o dal peccare e ciò richiede una differente forma dell’allontamento come concetto che può e non può richiamare anche il nulla ovvero non può andare però contro la conservazione della vita quale dono ovvero anche quale libero arbitrio e non. Ma già il dire sono libero implica una presunzione anche come possibilità di sapere se si è liberi o meno e ciò da un punto di vista teologico e profetico, fattore che elimina antinomicamente e paradossalmente un problema la cui unica soluzione è la sottoposizione a Dio come unica ed ultima ratio anche nel senso di schiavitù ed anche come obbedienza ma già la obbedienza indica un essere libero che deve essere criticamente cercato e ricercato dentro di sè come fattore che lega il Sè secondo una logica che può essere ambigua, ambivalente e soppesabile, secondo una logica di allontanamento e avvicinamento e tali fattori devono essere necessariamente messi in relazione con la mediazione della mediazione come allontanamento dal Sè e come desiderio di peccare o di non peccare come allontanamento dal Sè che implica la dualità di allontanamento-avvicinamento. Tale è anche un distanziamento complesso ovvero una mediazione della mediazione da Sè o dal Sè, in senso junghiano, che è diversa e di differente applicazione, funzione, volere ed anche obbedienza rispetto alla separazione o mediazione della mediazione propria e solamente adoperata come allontanamento dal peccare e dal non peccare anche nella evocazione la quale ultima mediazione della mediazione come connesso implica il Nulla come punto ma anche il non nulla, ovvero il nichilismo e la sua assenza, la Jeena e il Paradiso, il costruttivismo e il decostruttivismo, come termini interiori delle edificazione del luogo di Dio ma come termini complessi e soprattutto soggettivi ovvero spiegandoci ancora in una ulteriore angolazione ciò indica anche la distanzialità o la possibilità di distanziarsi dal desiderio e tale esplicitazione propria di tale forma della mediazione della mediazione come allontanamento dal Sè implica di nuovo il nulla e il nichilismo ma anche dicevamo la sua assenza, fattori che si uniscono a quanto affermiamo anche su libero e schiavo come termini cui si rapporta anche la pratica della mediazione della mediazione che sussiste e non sussiste nella suddivisione e nella distinzione di libero e schiavo fino al grado di schiavitù che indica anche la possibilità di un ritorno in essere di ciò che è giusto ed infatti gli schiavi in alcuni periodi erano resi dal dominus liberi. La schiavitù indica la sottoposizione ad un qualcosa che può far parte del bene e del male e la libertà storicamente indica anche ma non solo un premio potendo essere una libertà nel senso del peccare,ovvero potendo essere e non essere una libertà nel senso di peccare senza perseverare ovvero un riconoscimento quello del libero arbitrio e non che può risolversi nella sottoposizione o meno e con ciò diviene una prova, una tentazione, una mediazione della mediazione dal Sè, ma anche essere del peccato e un non essere del peccato ovvero tale è una settorializzazione della categoria della mediazione della mediazione ad un livello non solo logico ma anche di kabala e logica, di assurdità come dice Camus e di genio maligno come dice Renè Descartes. Sottolineo forse anche con Nietzsche che tale discorso è prospettico soprattutto in tale ultimo articolo ovvero comprensibile soggettivamente e secondo elargizione del tempo. La mediazione della mediazione implica un desiderio non applicato o applicato o continuamente applicato, in tal caso quasi come una croce ovvero una intenzione di non peccare nella maggiorparte dei casi che sicuramente secondo giudizio divino viene pesata e giudicata ma indica oltre che un allontanamento dal Sè come ricerca anche un allontanamento dal criterio della evocazione e della relazione del soggetto alla evocazione come anche una capacità di allontanamento attraverso la mediazione della mediazione che diviene una forma anche del rispetto della donna e del non commettere adulterio ma si deve comprendere in tale elargizione della parola anche del giudizio, anche come sacramento della confessione e anche ciò è oggetto di giudizio divino e teologico e di giudizio anche come via tentata o tentazione la quale o i quali rappresentano misura di un potere , di una forza ovvero di una eventuale libertà soggettiva come premio del dominus o del dominio che indica un possedimento frazionato secondo dicitura storica. La mediazione della mediazione implica un distanziamento dalla relazione quale soggettiva e non oggettiva nel senso in cui ne parliamo ma anche oggettiva nella incidenza dell’oggettivo sul soggettivo come avviene nei passaggi di amorfo materiale e ideale ovvero esclusivamente oggettiva a partire da una selezione o posizione del soggettivo che è imposta e che come realtà non può escludere totalmente il soggetto ma solo in quanto libero se libero perchè la questione di libertà e sua assenza può divenire un antinomia, una incapacità del sapere, un non sapere, un determinismo che non deriva dal soggetto che perciò stesso può essere definito schiavo come possibilità anche ed ovviamente trattasi di questioni teologiche ed arabe di libero e schiavo ma anche di eventuale negazione di sè e ciò riguarda di nuovo e forse paradossalmente sia il bene che il male, ovvero una negazione di sè risponde sempre a dati iter temporali e date qualificazioni e la negazione di sè, ovvero anche l’isolamento, la cella, si avvicina di nuovo al nulla e alla assenza di desiderio quale nirvana e quale teorizzata dal buddismo. Ciò è vero secondo le determinanti ambientali e secondo la disposizione soggettiva ma il problema della schiavitù elude quello del desiderio e del karma senza poterlo eludere per via della necessità del peso e della plancia.

Domenico Petrilli 09-03-74