
Da Principi di Conoscenza di interno e di esterno : ” La distinzione ,su fatta, tra l’atteggiamento di annullamento e l’atteggiamento di dipendenza deve essere presa in considerazione nella esplicitazione della tipo
logia psicologica dei soggetti con cui veniamo in contatto, ma anche in merito all’atteggiamento di dipendenza e annullamento delle funzioni junghiane, un samsara. L’atteggiamento di annullamento dovrebbe in ulteriore analisi caratterizzare il tipo introvertito di Jung, mentre quello di dipendenza il tipo estrovertito. Nel primo caso si struttura la trascendenza che è una derivazione della astrazione, ovvero una sua direzione insita nel carattere e nell’ambiente e emergente anche nella dialettica frustrazione-onnipotenza e dilazione della onnipotenza della nutrizione, ovvero della situazione che si crea, e dell’Edipo, il peso del voler essere il Padre che ci abbandona al regno dell’ideale-ideativo, come adorazione e come distruzione, come sacro e profano o blasfemo, come Totem e come Tabù, nel secondo si struttura l’imprigionamento dell’io nella materialità della percezione sensoriale ,non solo materiale, ma anche sentimentale, e tale coacervo incastra, e da esso deriva la volontà di ripetere le percezioni che poi sono gli atteggiamenti che derivano dalla volontà di determinazione alla percezione del dato materiale, per cui la unica coscienza o ideazione deriva dal raggiungimento del desiderio di riassaporare l’oggetto, e la incapacità del bambino di controllare il rantolo, la incapacità ad esplorare, che è anche una ossessione considerata la possibilità della trama possono derivare da tale rapporto con la oggettualità. Il tipo introvertito è invece indipendente ma solo, il tipo estrovertito è dipendente e solo ma in quanto la solitudine deriva dalla soggettività e da quella scissione io-spazio ideale esterno che radica e rende innata la distinzione e la differenziazione desiderativa, ovvero quello spazio che l’estrovertito desidera e che l’introverso trascende, fino al concetto della collocazione del ritiro traumatico e del suicidio in esso , nel ritiro cui fa da contrappeso la attrazione del reale, la resistenza particolare dell’introverso e non dell’estroverso, giovandosi maggiormente nell’introverso una ricostruzione identitaria nel senso lacaniano e dunque anche desiderativo, la parte rifiuta parte del desiderio di sé quale godimento, che dovrebbe essere analizzata .”

Il bambino autistico può trovarsi nella situazione di cui sopra e ciò porta ad una generalizzazione della situazione che si vive come generalizzazione della follia come colpa ovvero prettamente il bambino autistico si trova nella situazione di voler essere il Padre e a contatto con atteggiamenti di annullamento e distruzione, di costruittivismo e di decostruttivismo ma prettamente ciò è a un livello motorio o di orientamento differente dalla isteria e non dalle ossessioni che sono una categoria generale del transfert e della patologia ovvero ne rappresentano una qualità presente eventualmente in tutte le patologie secondo la struttura del transfert e la sua strutturazione nel tempo che può nel caso dell’autismo rappresentare un fattore degenerativo o meno.
Il bambino autistico è intrappolato infatti nella dimensione materiale come negazione di quella ideativa tendenzialmente non estedendo ciò alla parola come simbolo, come ignoto, e come falla e buco e sopporta il peso energetico dell’annullamento della ideazione essendo questa la sua particolarità ovvero il mantenere una parziale ideazione legata alla prassia la quale prassia o atteggiamento prassico viene limitato dalla naturalità della ideazione fino alla coazione a ripetere determinati atti anche in quanto simboleggianti una costrizione o una volizione costretta. Il bambino autistico nega la ideazione perchè rifiuta la parola ed il verbo come copula e ciò nichilisticamente e nello stesso tempo si rifugia nel simbolico come unica possibilità derivante dalla sua condotta soggettiva o come associazione costretta di prassi e ideazione ovvero si rifugia nel simbolico come buco e come falla. Il bambino autistico fa parte di un certo grado e gradiente di negazione della parola come concettualità ma non come analisi e presenta una paura del buco ovvero della falla come solitamente deve avvenire ed inoltre affermiamo che quel buco e quella falla è come il divenire e dunque è anche come una cella. Ciò è evidente nel bambino autistico fino a divenire dato l’annullamento del tempo presente nella coazione a ripetere che qualche volta può essere rappresentata dal girare intorno la quale può essere identificata come segno soggetto spesso a successivi spostamenti dell’automatismo secondo radiazione e irradiazione. La sua negazione della parola determina il rifugio nel simbolo e dunque anche nei linguaggi di programmazione e la sua negazione della parola ha una forma solvibile ovvero ha un differente modo di formazione che include il solvibile e il vano sapere e a volte deve essere collocata tra le pseudoparole secondo un giro che richiama lo pseudoprofeta ovvero anche la relazione della parola futile e della parola intelligente e savia , una similitudine simile alla dinamica dello pseudoprofeta. L’annullamento della parola conduce alla esaltazione del simbolo o del simboleggiare e alla negazione del reale e della realtà, fattore che può essere usato e strumentalizzato sapendo che tale annullamento della parola conduce ad un samsara ed ad un illusione che va limitata e non, ovvero che determina la divaricazione tra reale e irreale, ovvero tra reale e follia come prodromo dell’amorfo materiale e proprio della dinamica dell’amorfo ideativo, entrambi caratteri presenti nell’autismo, ovvero l’automatismo materiale e di orientamento e le relazioni di materialità e ideazione. Tutto questo in corrispondenza della evoluzione corrisponde alla difficoltà di orientarsi ovvero alla costrizione dell’orientamento nell’automatismo e solo nell’orientamento quale anche ripetizione dell’atto che può a dati liveli infinitizzarsi secondo processo ideativo e amorfo ideativo. La cura religiosa dell’autistico dunque è difficile e tale suo ricorrere alla simbolizzazione lo riclassifica e lo ripone in un altro ambito augurabile o meno sapendo della vanità e della utilità della vanità del simbolo verso una dialettica di pulsione di morte e di vita che riguarda un altro livello del transfert, della morte del logos con esso ma anche di pulsione di vita come la espressa dualità della relazione dell’eremita, del solitario ed alcune volte dell’alienato. Ovvero tale futilità-utilità del simbolo diviene il prodromo del raggiungimento della sua negazione e della sua ulteriore negazione fino alla situazione dell’amorfo materiale come cella simile a quella del santo ma diversa che celebra l’automatismo e la sintesi fra rappresentato, rappresentabile come idea e come prassia, come metafora e come stato,
Domenico Petrilli 09-03-1974