
Il principio di vanità implica il mito di Narciso come io che si specchia nello specchio dell’acqua. Questa è un primo e un parziale aspetto di frantumazione di io allo specchio. Ogni Io è portatore di una immagine dell’Io che fa parte di un dato intendere e di un dato propendere ivi incluso un dato incidere del giudizio di sè sull’io stesso. E’ tale giudizio ad essere falsato, ovvero ad andare contro la Legge come assenza di perfezione e come ricerca di perfezione, come tempo e come annullamento del tempo al di là della soggettività-oggettività del giudizio motivo per cui Narciso considere sè e la sua immagine come perfetta e ciò lo porta ad una identificazione esclusiva e diabolica alla sua immagine quale oggetto di perfezione, di ammirazione e di ritiro ma in tale mito potrebbe anche rientrare la dinamica della confessione di se stessi allo specchio con se stessi, e ciò indica sempre una conchiusura dell’essere che diviene necessariamente ed in alcuni casi diabolica. L’estensione alla dinamica di io e non io formulata da Fichte implica un gancio alla psicologia di introversione ed estroversione come patologia a volte lucida o che si barcamena nella lucidità. Ovvero lo specchio prospettico dell’io si rivolge e non si rivolge al sociale o si rivolge o non si rivolge ad un oggetto. Il rivolgimento dell’io in frantumi ed in quanto l’io è in frantumi porta alla reiterazione della estroversione anche ad esempio come erotomania nel caso del reattivismo di un io relazionale e il rivolgimento dell’io all’oggetto implica una introversione fino ad aspetti intensi e meno intensi in tale ultimo caso di catatonia come forma della introversione ovvero della direzione dell’io e della sua frantumazione verso di sè e verso l’oggetto nella negazione dell’altro in quanto non perfetto ma tenendo presente che la stessa dinamica riguarda il diverso processo della conchiusura dell’essere la cui unica alternativa è la confessione di se stesso nello specchio dell’acqua con la collaterale negazione della perfezione, altrimenti la dinamica psicologica potrebbe divenire diabolica per via della equazione di se stessi come perfetti che porta alla negazione dell’altro. La reiterazione della estroversione può essere vista invece come materialismo e secondo le analisi svolte come eventuale forma di ateismo ed analisi, che porta nella passività della materia e nella attività della introversione anche come riconoscimento parziale dell’altro alla dinamica della parola savia e della bocca stolta ovvero trattasi di una differenziazione religiosa da Freud e Jung colta di introversione e estroversione che riprende la analisi di Nietzsche e trattasi ancora una volta di una disamina anche religiosa. Ciò lascia presumere una suddivisione della follia utile e junghiana in materialismo e trascendenza, in estroversione e introversione che serve o può servire da orientamento sia nella lucidità della follia sia nella sua assenza, ovvero una scissione che postula o meno Dio come riferimento e come aspetto del trascendente, della introversione, della ricerca di Dio dentro di sè, fino al porsi di una dialettica o di una confessione con se stante il non nominare invano il nome di Dio, e questo è il fattore che induce la mia analisi secondo un orientamento teologico che necessariamente predilige sia la introversione come forma della ricerca interiore e meno l’estroversione che riceve un margine di legittimità nell’amore per il creato. Ciò può condurre ad un tentativo di classificazione anche psicologica della massa e della popolazione di cui necessariamente occorre parlare ed anche se ciò può sembrare irreale la dinamica che include anche gli aspetti lucidi della follia riguarda anche in questo caso il grano come manna e come parola, ovvero come materialità e come idealismo, una materialità idealistica e teologica impostata sulla scelta del lavoro come condizione del peccato. Ma ciò riguarda anche la fine ed il fine, il finire ed il tendere, il materialismo e l’idealismo, come specchio sempre del tendere e fattore che nel caso della patologia o della sua individuazione sociale implica e connota il tendere del soggetto nella dinamica di frantumazione dell’io come prospettiva ovvero come essere e possibilità di essere fino alla catatonia come strada, come pena e come patologia essa stessa propria della interrogazione, e propria del materialismo come dell’idealismo, della introversione come della estroversione. Nel caso della estroversione che è di facile o apparentemente facile classificazione la direzione è al non sapere, alla tenebra, alla epoca buia, poco proficua, e non utile, oppure utile ma secondo un modo di intendere la estroversione come negazione traumatica o meno, ma più facilmente traumatica, come negazione del sapere ed accettazione del non sapere il che equivale al non potere correlato al non sapere da una parte e diviene particolarmente rilevante nella negazione del pensiero che si risolve nel soggetto o in idiozia o in autismo o in un pari e differente modo di essere della introversione, intendendo in tal caso introversione ed estroversione come una plancia o come la lancetta di un orologio. La società oggi è divenuta teologicamente una plancia della negazione del trascendente come anche del suo opposto, e ciò è nichilistico e dinamica in cui la negazione del trascendente è come una via non maestra che conduce a materialismo, procedimento analitico, estinzione della parola savia ed estinzione per via della esegesi biblica di una forma della manna come grano e come panacea, ovvero come cura. Tale dunque può rispondere ad una forma di manipolazione della massa od anche di educazione della massa ovvero una forma di psicologia della massa in cui il sociale come giudice si pone in un dato modo rispetto a chi non nega il trascendente, la ricerca interiore e con essa la ricerca di Dio e tale formulare la questione già si pone ad un dato livello della analisi materialista e psicologica che apre necessariamente ad epoche buie. Ma la negazione del sapere come sapere se stessi ed altri equivale anche ad una negazione del potere come potere possibile, concesso ed utile ovvero conduce come negazione del sapere nel suo estremo alla negazione fattiva e reale del libero arbitrio nella correlazione di sapere e potere fino al non sapere assoluto che conduce all’automatismo, alla negazione del libero arbitrio e alla riduzione all’essere schiavi. Principi che religiosamente si collocano da un punto di vista della angolazione materialista, utilitarista e forse positivistica e meno nel senso della relazione di materialistico e analitico nella negazione del trascendente propria della sintesi fino alla classificazione di passività della materia ed eventuale amorfo.
Domenico Petrilli 09-03-1974